La scuola e le grandi aziende High Tech

Continuiamo il discorso aperto con l’articolo sulla legittimità dell’uso delle piattaforme online a scuola La didattica a distanza e la scuola.

Tra i soggetti economici che hanno approfittato dell’epidemia ci sono soprattutto le multinazionali High Tech. Ne hanno approfittato per rafforzare la loro presa sulla società e il loro monopolio di fatto su molte attività oggi indispensabili.

Google, per esempio, ha offerto al nostro ministero dell’istruzione (MIUR), come a quelli di altri paesi, la «soluzione alla chiusura delle scuole»: G Suite for Education. GSuite, come già sappiamo, è una piattaforma composta da diverse applicazioni. Applicazioni che molti docenti, genitori e studenti conoscevano ed adoperavano già prima dell’emergenza. E se da un lato abbiamo ammirato l’intento di questi insegnanti, dall’altro abbiamo constatato che manca la consapevolezza su cosa facciano davvero quei strumenti, del cui funzionamento non vede che l’idiomatica punta dell’iceberg.

In pratica la scuola pubblica, adottando la piattaforma GSuite, non ha fatto altro che incentivare insegnanti e studenti ad usare piattaforme private e potenzialmente lesive della privacy. L’uso di questi strumenti fa immagazzinare grosse quantità di dati che potranno essere utilizzati per scopi non propriamente definiti.
Google anche in quest’emergenza ha trovato l’opportunità di penetrare nella nostra vita associata, rendendosi apparentemente indispensabile anche se tuttavia le alternative ci sono. Ci sono eccome, e sarebbero pure facili da usare.

Google lo sa

Ci siamo svegliati dopo un sonno di sei ore. Abbiamo dormito male, sonno leggero e agitato. Google lo sa: lo ha rilevato dall’accelerometro e dal microfono nel nostro smartphone.
Dall’analisi della rete a cui siamo connessi, sa pure che non eravamo a casa nostra, ma in un appartamento dall’altra parte della città e, dal registro dei nostri spostamenti, sa pure che da circa un mese ci sentiamo almeno un paio di volte a settimana.

Google sa chi vive in quella casa, perché il GPS del suo smartphone indica giornalmente la sua presenza lì. Conosce bene quella persona, come conosce bene noi. Sa che non fa parte della nostra cerchia di amici ristretti, perché il suo numero non è nelle loro rubriche e molto raramente si trova negli stessi posti che loro frequentano. Sa che ci siamo registrati a vicenda in rubrica qualche mese fa, ma solo negli ultimi tre abbiamo iniziato a chiamarci spesso.

Non possiamo affermare con certezza quali rilevazioni Google faccia regolarmente, quali una tantum e soprattutto a quale scopo. Non possiamo dirlo, perché quel che accade nei server di Google lo può sapere solo Google, perché i suoi strumenti sono spesso chiusi e non permettono una verifica trasparente.

I mille tentacoli di Google

Di solito chi utilizza un determinato strumento informatico, vuole solamente che sia facile e pratico nel fare ciò che deve. Questo atteggiamento (user friendly) può di certo essere utile, ma è giusto sapere che dietro la loro semplicità si possono nascondere comportamenti che non approviamo e che contribuiscono a intrappolarci sempre più.

Uno degli aspetti frustranti di quest’abbandonarsi in massa alle tecnologie traccianti è che le alternative non mancano affatto. Non solo non si è mai smesso di realizzare software libero ma anzi, quest’ultimo copre una grande percentuale del software prodotto su scala mondiale.

Le aziende commerciali si sono imposte anche grazie ad un certo tipo d’attenzione all’utente medio, in termini di semplicità e immediatezza di utilizzo, ciò che al contrario il mondo del software libero non sempre è stato in grado di fornire. Va però tenuto conto che alla base di certe caratteristiche, che possono rendere meno immediato l’utilizzo del software libero, vi sono spesso ragioni tecnico-etiche che devono essere mantenute tali. Per usare Whatsapp, Viber o Telegram bastano pochi click sullo smartphone e questi, dopo aver preso possesso del nostro numero di telefono e di quello di tutti i nostri contatti, funzionano immediatamente. Al contrario le applicazioni libere (open source) richiedono la creazione di un account e  i contatti vanno inseriti manualmente. Se nel primo caso regaliamo i dati di tutti i nostri conoscenti e tutti i nostri dialoghi in cambio di uno strumento subito funzionante, nell’altro abbiamo uno strumento che richiede sì alcuni settaggi iniziali, ma in cambio non invade la privacy di nessuno.

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